Sardegna Antica

Magiche Rocce Fertili
Il Potere delle Rocce

Scivolo della fertilità di Pierre à glissade, Lignerolle (Svizzera).

Scivolo della fertilità di Pierre à glissade, Lignerolle (Svizzera).




di Armin Frey

Gli scivoli
In molti angoli d’Europa si trovano i cosiddetti ‘scivoli della fertilità’, apparentemente riconducibili alla corrente megalitica che attraversò il continente in un’epoca che possiamo genericamente definire Neolitica. Questi monumenti ‘minori’, pressoché ignorati dalla letteratura archeologica, sono semplici massi o parti di superfici rocciose, apprestati singolarmente per un motivo che, in tutta evidenza, non può che essere ricondotto a fatti rituali. Certamente essi furono utilizzati e forse anche realizzati, fino a un’epoca protostorica. Imprevedibilmente, si sono potute raccogliere testimonianze contemporanee intorno alla funzione di queste semplici ma importanti testimonianze di una antichissima religione della fertilità. In concreto, le superfici di molti massi o rocce naturali inclinate, furono apprestate in modo tale da ottenere una striscia accuratamente liscia, lunga da uno fino a 15 metri circa. Questa realizzazione consentiva lo scivolamento su essa di una persona, per motivi magico rituali. L’uso frequente dello scivolo, con necessari accorgimenti, ha certo contribuito ad accrescere la lucentezza delle superfici interessate, ma è logico credere che sia imprescindibile un apprestamento preliminare, giusto al modo neolitico: vale a dire si strofinavano le superfici con altre pietre, proprio come accade fra le parti di una macina, fino ad ottenere il grado di lucentezza desiderato. La sperimentazione di pratiche analoghe a quelle descritte dimostra che anche lo strofinare delle pelli su una pietra per completare la conciatura rendendole morbide, produceva un alto grado di levigatezza delle superfici della pietra. Naturalmente non si sa esattamente come gli scivoli fossero usati nella preistoria, ma le credenze popolari di oggi consentono la fondata ipotesi secondo cui fosse l’universo femminile a praticare il rito dello scivolare al fine di propiziare la propria fertilità.1 Si ipotizza che ciò accadesse ponendo le parti intime nude a contatto con la roccia. Assai poco è sopravvissuto nella memoria popolare delle modalità con le quali si doveva praticare il rito. Appare fondato pensare che tutto si svolgesse con grande riservatezza, verosimilmente di notte, in fase di luna piena per la convinzione che quella fase lunare accrescesse la fertilità femminile (la Luna era l’astro della Dea). È verosimile che le superfici degli scivoli e le parti interessate dal contatto fossero preliminarmente spalmati con olî, grassi animali e acqua, sia per favorire la pratica dello scivolare, sia per evitare conseguenze dannose.

Il principio magico rituale
Il primo interrogativo che è corretto porsi, potrebbe essere sul perché questi monumenti abbiano una collocazione cronologica antica e non moderna. É da dire che sono tutti ubicati in particolari situazioni agresti e, in ogni caso, preesistono ai centri abitati odierni. Certamente, di là da ogni dubbio, non sono fenomeni originati dalla pratica di giochi infantili. Si potrebbe anche osservare che i descritti “scivoli della fertilità” sono ben più numerosi di quanto ci si attenderebbe se si volesse ipotizzare un improbabile “fenomeno casuale” o episodico. In seconda istanza è corretto chiedersi il perché questi scivoli sulle rocce avrebbero rivestito un indubbio carattere sacro. Si può rispondere che, oltre la significativa collocazione agreste, la detta vocazione cultuale è denotata da segni e chiari simboli antichi, sia pure relativamente rari, che a essi si associano: sono coppelle, petroglifi e segni vulvari.2 La stessa levigatezza della roccia, inoltre, richiama i monumenti di culto neolitici conosciuti in Sardegna come “areole di preghiera” e in Francia come cuvettes. Le dette “preghiere”, spesso associate a coppelle, caratterizzano altarini neolitici, tombe dolmeniche o megalitiche, menhirs, ecc. e segnano un orizzonte cronologico certamente riconducibile a periodi tra il Neolitico e l’Età del Bronzo.3 Per le coppelle (di analoga cronologia, tra Neolitico ed Eneolitico) si ricorda l’amplissima diffusione su altari, menhirs, superfici rupestri, tombe megalitiche o in ipogei di orizzonti culturali e cronologici analoghi. Levigatissime sono, ancora, le diffuse accettine rituali che accompagnano tutte le fasi del Neolitico mediterraneo ed europeo, alle quali si attribuisce maggiormente un carattere apotropaico e rituale. Per i segni vulvari (un filone di ricerca di recente individuazione) si ricorda l’ampia diffusione in Sardegna, in particolare nelle aree centrali, dove è stato attestato un proliferare di tali simboli da ricondurre all’Età del Ferro.4

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  1. Fino a qualche generazione fa era comune e indubitabile credere che la mancata fertilità della coppia fosse “responsabilità” della donna.
  2. Le superfici rocciose ricoperte da coppelle, certamente sacrali, potrebbero rivestire significati paragonabili a quelli attribuiti agli scivoli della fertilità; erano forse destinati a “risolvere” altre esigenze, magari salutari, dell’umanità del mondo antico. Vedi F. Binda, Archeologia rupestre nella Svizzera italiana, 1996 – 88-86315-43-0. L’autore segnala innumerevoli siti con coppelle ma, singolarmente, nessuno “scivolo della fertilità”.
  3. Quelle particolari aree, levigatissime, per la loro funzione sono definite “preghiere” da G. Manca. Vedi: Pietre Magiche a Mamojada, CSCM, Beccoi, Nuoro1999.
  4. G. Manca, Il Segno della Dea, dal Marghine al Montiferru, dal Guilcier alla Planargia, Sardegna Antica, 27.