In evidenza, Sardegna Antica

CENTOUNO ANNI DI CREPUSCOLO

Aiga (Abbasanta), disegni di F. G. Newton.

Aiga (Abbasanta), disegni di F. G. Newton.




A cura della redazione di Sardegna Antica C. M.

Premessa
Un noto articolo del 1910 di Duncan Mackenzie è ora disponibile in italiano.1 L’iniziativa della casa editrice Condaghes presenta un testo a cura di Roberto Manca, con la “presentazione” di Anna Depalmas e la traduzione di Lycia Mura, dove compaiono, inoltre, due paginette di autore anonimo, contenenti generiche note biografiche dell’archeologo ed un elenco degli scavi a cui aveva partecipato. L’operazione appare da subito un po’ casuale, infatti non si fa il minimo cenno al perché l’editore e il curatore abbiano scelto di proporre proprio questo specifico testo. Né si intravede da parte di costoro il tentativo di una organica operazione di ricostruzione del quadro completo dell’opera dell’archeologo scozzese dedicata alla Sardegna.2 Operazione che pure potrebbe essere utile per una comprensione della storia degli studi dell’archeologia in Sardegna.

L’antefatto
In un articolo su Sardegna Antica del 2008 3 Giacobbe Manca aveva presentato alcune riflessioni sui risultati di sue verifiche, relative ad alcuni monumenti segnalati dal Mackenzie, nel testo appunto ora tradotto. Dopo alcune visite dirette, a seguito di attente osservazioni sul posto, quell’autore aveva evidenziato la precisione e l’importanza dei rilievi eseguiti dall’architetto F. G. Newton, i quali, a suo parere, ancora oggi costituiscono un imprescindibile riferimento; contemporaneamente però aveva accertato e documentato l’inattendibilità di alcune delle interpretazioni proposte dall’archeologo scozzese. Come suo solito, inoltre, Giacobbe aveva fatto un’amara riflessione, relativamente alla storia degli studi di archeologia in Sardegna. Egli rilevava, infatti, come nello specifico caso, in un arco temporale di circa cento anni, fosse mancato da parte degli studiosi, un benché minimo approccio metodologico e scientifico. Infatti per un secolo nell’ambiente accademico quel ‘testo preistorico’ più che superato, non era mai stato sottoposto ad alcun vaglio da nessuno, al contrario era stato accettato acriticamente e addirittura, talvolta, parte di quei contenuti erano stati riportati da alcuni archeologi, senza citarne la fonte. Giacobbe inoltre, sull’onda di quelle prime ricerche, in collaborazione con la redazione di Sardegna Antica, stava lavorando ad una traduzione in italiano del testo. Purtroppo, per la scarsità dei mezzi, il progetto non è andato a termine e la traduzione non è stata ancora completata. La necessità della traduzione era animata dallo scopo di far conoscere lo scritto ad un pubblico più ampio; non certo per le “novità” degli argomenti, ormai superati e privi di alcuna validità scientifica, ma per rendere note alcune considerazioni e per una storicizzazione degli studi dell’honorary student della British School at Rome. Mentre queste riflessioni vagavano per l’aere orribilmente tacito ed opaco, d’incanto in libreria comparve il testo tradotto.

Un preistorico testo “fresco di stampa”
Già nella presentazione si avverte in maniera inequivocabile la sensazione che l’interesse per l’indagine metodologica sia una lontana chimera. Nelle sporadiche notizie sulle spedizioni in Sardegna del Mackenzie, fatte con l’appoggio della British School at Rome, si notano grossolani errori (peraltro ripetuti) relativi alle datazioni delle pubblicazioni e soprattutto, come prima accennato, è stata omessa l’ultima e dunque una fra le più significative, non fosse altro perché costituisce, in un certo senso, la sintesi del suo pensiero sulla realtà preistorica sarda.4 Il fatto più increscioso è che, nonostante fossero già passati ’100 anni di crepuscolo’, il testo è stato ripresentato come scientificamente valido ed addirittura, alle erronee interpretazioni dell’inconsapevole scozzese, viene perfino attribuito valore profetico. All’improbabile testo viene quindi attribuita una garanzia di validità scientifica dei contenuti. Questo senza che venga seguita alcuna procedura di vaglio, quindi niente revisione paritaria,5 ma nemmeno una recensione con qualche proposta di riflessioni specifiche, relative ai monumenti oggetto dello studio. Nella migliore delle ipotesi sono semplicemente anticipati stralci del testo tradotto a cui viene assegnata la fondatezza dei contenuti. Per cui la presentazione diviene un imbarazzante preambolo, che potrebbe fuorviare il lettore non informato. Secondo la presentatrice, infine, il testo sarebbe stato “tradotto con competenza e proprietà di linguaggio specialistico”. In realtà la traduzione mostra numerose pecche che, in alcune parti, potrebbero portare ad una errata comprensione del testo originario. Inoltre, sono addirittura omesse parti del contenuto, oltre alle note a piè di pagina presenti nel testo originale; per cui la comprensione, che è già abbastanza ostica,6 risulta poco agevole. Fortunatamente, il testo in inglese è stato riportato integralmente in appendice, per cui, chiunque può verificare ed eventualmente fugare dubbi che affiorano dalla lettura. La Depalmas in generale manifesta un atteggiamento di pigra acquiescenza riguardo ai contenuti dell’articolo: nel caso che qui appresso si riporta sembra non intendere bene ciò che è riportato nello scritto, probabilmente anche a causa dell’incerta traduzione.

S’Ena ‘e Sa Vacca (Olzai); disegni di F. G. Newton.

S’Ena ‘e Sa Vacca (Olzai); disegni di F. G. Newton.

Il caso di s’Ena de sa Vacca
Nel dimostrare come le osservazioni del Mackenzie siano acute e condivisibili, la Depalmas cita, come esempio, le riflessioni dell’archeologo relative alla tomba S’Ena de sa Vacca di Olzai, che a suo dire precorrono l’attuale inquadramento come tomba di giganti.7 Intanto nella pagina precedente, lei stessa, in una nota, aveva appena affermato che questo inquadramento è solo una probabilità,8 per cui (nel caso) le riflessioni del Mackenzie precorrerebbero una semplice ipotesi. Per di più si fa notare che quella ipotesi non è mai stata proposta dal Mackenzie, semmai egli ha affermato l’esatto contrario. Infatti, leggendo l’originale, si nota come lo scozzese, nonostante le innegabili anomalie del monumento, sia sempre convinto di trovarsi di fronte a un dolmen.9 Tuttavia nel corso del suo racconto, a causa delle citate “anomalie”, cerca di trovare una definizione, che però muta in continuazione. Per cui, inizialmente, parla di tombe di tipo dolmenico,10 nella pagina successiva, di dolmen di tipo evoluto,11 più avanti ancora parlerà di tipo molto evoluto.12 Infine lo scozzese nota che “la cella è già simile a quella di una comune tomba di giganti”,13 tuttavia, inserendo quel “già” lascia intendere che, trattandosi di un dolmen, quella cella non può appartenere a una tomba di giganti. Infatti chiarisce più avanti: “Preso nel suo insieme, il dolmen in esame è di un tipo molto evoluto, inoltre per la presenza della cella allungata dimostra di possedere già alcuni tratti caratteristici delle tombe di giganti”.14 Per cui, Mackenzie, ingannato da un pregiudizio e/o accecato da un abbaglio, più avanti concluderà addirittura affermando che, il particolare interesse della tomba di Olzai “consiste nel fatto che sembra dimostrare che [la costruzione de] i dolmen si sia protratta fino a un’epoca in cui, probabilmente, esistevano già le Tombe di Giganti”.15 Risulta quindi chiaro che con quel ‘probabilmente’ il Mackenzie si riferisse al fatto che nell’epoca in cui fu realizzato il “dolmen” di Olzai esistessero anche le tombe di giganti. Nell’articolo del 2008, G. Manca aveva proposto una interpretazione attendibile del monumento: “il dolmen di S’Ena de sa Vacca (Olzai) è ciò che resta di una piccola (dunque tarda) tomba di giganti con sovrapposta l’insolita e incongruente lastra di tipo dolmenico. Non solo questo monumento non può essere rimandato alle supposte origini post-neolitiche delle tombe di giganti, ma addirittura è di molto successivo a quelle. Insomma non di neolitico si tratta, ma di un rifacimento molto più recente. È una sepoltura (…) realizzata con materiali di recupero sui resti di una tomba di giganti”.16

Alcune considerazioni
L’operazione editoriale, anche se in un certo senso avrebbe voluto apparire come una vera rivelazione, è davvero superficiale. In realtà, la pubblicazione risulta una chiara testimonianza della diffusa condizione sia di certa editoria che di alcuni ambienti accademici isolani. Condizione che rivela come nella cultura sarda siano ancora presenti, consistenti residui di quegli aspetti deleteri, individuati a suo tempo da Antonio Gramsci e confermati successivamente da Antonio Pigliaru,17 quali: il carattere acritico, il provincialismo culturale, il dilettantismo, il folclorismo, per citarne alcuni. La conseguenza è che, stando così le cose, l’unica pratica rimane quella della forma chiusa dell’esperienza che consente, come unica prospettiva possibile, quella dell’abbandono all’isolamento storico. La riforma culturale auspicata da Gramsci è stata consegnata da Antonio Pigliaru ai suoi studenti.18 Infatti, proprio in quello stesso ateneo, dove opera anche qualcuno che ha aderito a questa iniziativa, l’orunese aveva trasferito nelle aule le idee di apertura al pensiero contemporaneo e alla democratizzazione del sapere,19 ma l’auspicata presa di coscienza storica rimane ancora una volta disattesa. Perdura la cultura pigra e di seconda mano,20 dunque, mentre si eludono i temi proposti da Pigliaru quali, ad esempio, l’interpretazione della cultura intesa come vocazione critica e metodologica e quello della responsabilità degli intellettuali.


  1. La pubblicazione cui ci riferiamo è intitolata “Duncan Mackenzie, I Dolmens, le tombe di giganti e nuraghi della Sardegna”, traduzione dell’articolo The Dolmens, Tombs of the Giants, and Nuraghi of Sardinia, (Papers of the British School at Rome, Vol. V, 2; London 1910)”, Condaghes, Cagliari, 2012, 128 pagine; brossura BN, € 17,00.
  2. D’altronde, nella loro bibliografia non è citata la pubblicazione, Dolmens and Nuraghi of Sardinia, in P.B.S.R., Vol. VI, London, 1913.
  3. Giacobbe Manca, Cento anni di crepuscolo, Sardegna Antica n. 34, 2008 pp.1-3.
  4. Si tratta di Dolmens and Nuraghi of Sardinia, citata nella nota 2.
  5. La revisione paritaria, meglio nota con il termine inglese peer review (revisione o valutazione fra o dei pari), indica la procedura di vaglio e di valutazione di una pubblicazione o di un progetto di ricerca da parte di una o più persone che abbiano competenze simili a quelle del proponente.
  6. Il testo originale, in effetti, in alcuni punti è macchinoso, soprattutto nelle descrizioni dei monumenti.
  7. D. Mackenzie, I dolmens, cit., p. 10
  8. Nel citare il monumento si rimanda ad una nota dove è scritto “Riferibile con molta probabilità a una tomba di giganti”, ibidem, p. 9 nota n.8.
  9. Ibidem, p.70 e nel testo inglese the dolmen of s’Enna sa Vacca, p. 119.
  10. Ibidem p. 71 e nel testo inglese “Like so many tombs of the dolmen type it is orientated with its front to the east”. p.119.
  11. Ibidem, p. 72 e nel testo inglese “From the round plan it will be seen that the tomb is of an advanced dolmen type with elongated cella and wall of enclosure. p.120.
  12. Ibidem, p. 73 in inglese vedi la successiva nota 14.
  13. Ibidem, p. 72. In inglese The cell is already like that of an ordinary Giant’s Tomb. p. 120.
  14. “Taken as a whole, the dolmen before us is of a very advanced type, and the construction of its elongated cella shows that it already possesses some of the characteristic features of the Tombs of the Giants. ibidem, p. 120.
  15. ibidem p. 120 “The special interest, then, consists in this, that it seems to show the dolmen surviving into a time when there were probably Tombs of Giant already in existence”.
  16. G. Manca, Cento anni, cit., p. 2.
  17. Cfr. Antonio Pigliaru, L’eredità di Gramsci e la cultura sarda, (prefazione di Paolo Carta), Nuoro, 2008.
  18. Ibidem, Prefazione di P. Carta, p. XXII
  19. Le lezioni, tenute a Sassari nell’anno accademico 1968-69, sono disponibili in A. Pigliaru, Il rispetto dell’uomo, (introduzione di L. M. Lombardi Satriani e M. Cattaneo), Sassari, 1980. Sull’argomento vedi anche L. Caimi, Motivi pedagogici e impegno educativo in Antonio Pigliaru, Milano, Vita e Pensiero. Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 2000.
  20. Definizione data da Pigliaru alla cultura sarda del suo periodo. Cfr. A. Pigliaru, L’eredità di Gramsci, cit., p. XXIII